Una Cocotte piena di benessere e gusto

È difficile scrivere cronache, commenti, recensioni che investono amicizie. Se poi l’amico di cui ti tocca scrivere è anche il figlio di chi ti ha ospitato in trattoria sin da bambino, sa tutto della tua vita e ha formato il gusto dei tuoi figli con bruschette di fagioli, scarpariello e polpette al sugo, beh, l’impresa è ardua. Questo pezzo giace tra rimaneggiamenti vari, del resto, da quindici giorni. La denuncia del coinvolgimento emotivo ci sia almeno da attenuante per ogni cedimento.

Cocotte, osteria mediterranea, è il nome delizioso, vezzoso e coccoloso, scelto da Antonio (stesso nome mio) e Laura (toh, il nome anche di mia figlia) Callea per il loro ristorante che segna il distacco dalla imprescindibile trattoria materna, la mitica Nunzia, e al contempo la sua evoluzione, com’è giusto che sia per giovani che ambiscono a far crescere ulteriormente quanto di buono hanno realizzato gli avi.

Il tema scelto è quello unificante del Mediterraneo dove di fatto c’è tutto: storia, cultura, sapori di mare e di terra, vivacità, accoglienza.

La declinazione è affidata ai colori, alle affiches appese alle pareti e alle suppellettili, forse un po’ troppo ingombranti sui tavoli, ai piatti.

Il Mediterraneo nell’immaginario collettivo traduce una sensazione di benessere ed è lecito pensare sia stato scelto come leit motiv del ristorante proprio per questo. È palpabile l’intransigenza dei due giovani su questo obiettivo: sedute comode, ampio spazio tra i tavoli, luci perfette, nessun cedimento a mode o eccentricità che possano pregiudicare il comfort tranquillo degli ospiti. Un indubbio merito nel contesto di una ristorazione contemporanea che, presa dalla smania dell’autocelebrazione, finisce col profanare di frequente il desiderio di quieto piacere, vera molla dell’andare a ristorante, se non a imporre disagi (penombre, tavole di scarna apparecchiatura, posate acrobatiche, menu per linci e ipermetropi) accolti dagli astanti con sorrisi sforzati per l’aura trendy e figa.

Il menù, strutturato secondo lo schema demodé della scissione tra mare e terra, si muove con sapiente e felpata astuzia per assicurare varietà nell’ambito di gusti basici e piatti rassicuranti o altisonanti come griffe da esibire nella narrazione successiva. Per ciascuna portata c’è anche il piatto per i più curiosi e i gusti più articolati. Nel complesso il menù pare un trattato di sociologia da laurea cum laude.

Antonio Iacoviello, lo chef cui è affidata la cucina, svolge il compito con destrezza e senza sbavature, lavorando su materie prime che il palato, sincero, registra come sceltissime.

Tra gli antipasti abbiamo preferito il polpo grigliato con zucchine e acqua del polpo stesso (montata in spuma); tra i primi, più saporiti i tagliolini, limone e caciocavallo che non il promettente risotto pere e nocciole.

Molto buono, per passare ai secondi, il baccalà arrosto, ma irrinunciabile la caprinette di quaglia in cocotte. Buoni i dolci.

Iacoviello annovera nel suo curriculum collaborazioni prestigiose, anche con il grandissimo chef francese Alain Ducasse. Seppur nell’ambito dell’impronta pacifica data al ristorante dai fratelli Callea, potrebbe essere interessante riscontrare una puntatina estrosa in attacco, fuori dalla mediana, del giovane chef.

Carta dei vini anòdina che, tuttavia, merita encomio e attenuanti vista la sua estensione.

Servizio ineccepibile e rapido.

 

Cocotte – osteria mediterranea
Piazza Guerrazzi, 12
Tel. 0824 279354
€ 32 menù degustazione€ 35/40 a la carte

 

 

Articolo apparso sul Sannio quotidiano del 17 giugno 2019

 

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