Cos’è un’enoteca, cos’è il Bar Elisa

“Raccolta, in genere a scopo commerciale, di bottiglie di vini pregiati di vario tipo. Per estensione, il luogo stesso (negozio, cantina, ecc.) in cui i vini sono conservati per la vendita, o anche per la degustazione, ed esposti al pubblico secondo criteri che ne facilitino la scelta e l’apprezzamento; anche, mostra temporanea o permanente di vini in bottiglia, per lo più di produzione locale o regionale, allestita e gestita da enti pubblici.” Questa appena riportata è la definizione del vocabolo

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Taburno, Jenga, vigneti perduti, pecore morte. Storie da una terra alluvionata

Il gigante trema quando le pendici in cui affonda i suoi piedi smottano. Il Taburno, o meglio, il tratto del Massiccio che circonda il Monte Pentime, sul lato Est, quello che sta giusto in mezzo tra la Valle Telesina, la Valle Vitulanese e quella Caudina. I media nazionali non ve ne parleranno mai: questa è una storia di pietre, piccoli greggi, famiglie, semi, grano e patate. Mi ricordo ancora quando andai a girarci un piccolo cortometraggio. Io amo parlare delle

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Madness, una follia saporita a Benevento

Madness, follia. Follia ricamata con citazioni sulle tovagliette e sulle pareti, nel menù. Sinceramente non è chiaro il perché di ciò che appare un tentativo di surrealtà in un pub. E questa scarsa chiarezza rende il tentativo ardito ma riuscito. La curiosità induce a ripensare l’esperienza, il luogo. Deve trattarsi di una sottile e probabilmente inconsapevole strategia di marketing. La follia data di riconoscere è nel luogo, una villetta alla periferia di una città pigra e anche del paese nel

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“SALUTE” uno spettacolo teatrale sul vino

teatro

“Vino, vinello….” è l’incipit del simpatico ritornello della canzone, irresistibilmente interpretata da Massimo Pagano, che chiude lo spettacolo “Salute”, messo in scena dalla Solot, Compagnia Stabile di Teatro di Benevento, su testo scritto da Michelangelo Fetto che ne è anche interprete insieme a Antonio Intorcia, Rosario Giglio e al già citato Massimo Pagano. Il cronista gastronomico non ha strumenti per articolare un recensione teatrale e men che meno ne ha l’ambizione. Avverte, ad ogni modo, di non poter far a

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Pio Bianchini, il lievito madre e i panettoni “ammazzaruti”

La tresca giornalistico affaristica, ramificata da nord a sud con solide relazioni che attraversano i giornali, i blog dei giornalisti che però si manifestano insofferenti ai blogger, le società di comunicazione e promozione partecipate o amministrate dai giornalisti che poi recensiscono ristoranti e cantine, con la crisi e la conseguente restrizione dei budget pubblicitari dei ristoranti ha, strategicamente, puntato il mondo della pizza e dei prodotti a pasta lievitata. Il nuovo finto mito è il lievito madre. Chi lo usa

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La faida del pinolo e altri litigi

pinoli

The game of cooking… agli ai ai ai Vabbé, il gioco di parole, ce ne rendiamo conto è bruttino, ma l’aglio della discordia ci ha dato lo spunto per riflettere su quanto possano essere violenti gli scontri sulle ricette della tradizione. Premesso che neppure il più sprovveduto metterebbe l’aglio nell’amatriciana, che Cracco paga il dazio della sua sovraesposizione e dell’irritazione che crea il suo uovo marinato, tutti prima o poi abbiamo affilato, è il caso di dire, i coltelli in

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cronaca della serata di caccia

Ho un debole per Oppida Aminea, l’isola beneventana dell’Arcipelago Muratori, degli omonimi viticoltori che dalla Franciacorta, passando per la Toscana, si sono spinti sino in Campania. Tre regioni, quattro tenute: Villa Crespia ad Adro, a pochi chilometri da quel luogo di culto gourmet che è Erbusco, dedicata, manco a dirlo, alle bollicine; Rubbia al Colle in val di Cornia, a cavallo tra la Maremma livornese e quella grossetana, tra mare ed aree naturali protette, dedicata ai rossi; Giardini Arimei ad

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il formaggio dal carciofo, la cena da Dionisio

Si è dipanata lungo i crinali appenninici che corrono tra la Campania e la Basilicata una bella e fruttuosa alleanza tra studiosi, coltivatori, allevatori e casari. La sintesi di conoscenze, sperimentazioni e produzioni è tutta nel neologismo gastronomico “carciocacio”, carciofo e formaggio. Ed il carciofo col formaggio c’entra come il cavolo a merenda, almeno in apparenza. Dal carciofo bianco di Pertosa, presidio Slow Food,  gli studiosi del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura  di Bella, in provincia

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