Libano e Israele: sei vini da scoprire

0 Scritto da - 3 luglio 2017 - di vino, esperienze, Vite di gusto

La gastronomia in generale e il vino in particolare sono straordinari media culturali. Attraverso la conoscenza di cibi e bevande si possono conoscere e approfondire fenomeni storici, politici, culturali, etnici, usi, tradizioni. La delegazione beneventana dell’Associazione Italiana Sommelier, guidata da Mariagrazia De Luca, ha da tempo intrapreso un percorso culturale di conoscenza di mondi insoliti o inattesi, attraverso la degustazione di vini del mondo. Dalla scoperta dei territori italiani (Valsesia, Valtellina) in cui il nebbiolo, grande vitigno italico, esprime attraverso diverse sfumature le sue straordinarie caratteristiche il viaggio viaggio si è dipanato dalla nota Champagne al Sud Africa alla Nuova Zelanda. Degustazioni che hanno stimolato la curiosità e la conoscenza geografica e storica di terre lontane. Da ultimo, qualche sera fa, con la guida di uno straordinario narratore, Guido Invernizzi, medico a Novara, uomo di vastissima cultura enoica e non solo, si è viaggiati lì dove un immaginario di conflitto, disumanità e polvere, costruito sul susseguirsi di notizie di guerra, tramortisce qualsiasi idea di prosperità e piacere: Libano e Israele, la valle della Bequà, le alture del Golan, le oasi create dall’uomo nel Negev. Sono questi ristretti lembi di terra scenari di recenti sanguinosi conflitti ma anche le aree più vocate dei rispettivi paesi per la produzione di vino ma soprattutto le aree in cui migliaia di anni fa il vino è nato.

Il Libano, in particolare, è la culla del vino, qui, secondo molti archeologi, si sarebbe prodotto a partire dal 6000 a.c. Il Libano è anche la terra degli antichi Fenici che nel 3000 a.c. iniziarono con la loro flotta a trasportare e commerciare vino nel mediterraneo. La dominazione ottomana, durata quattro secoli (1516 – 1918), sostanzialmente abolì la produzione vinicola, vietando la coltivazione della vite se non per fini religiosi. In era più recente, invece, sono le prescrizioni religiose a limitare il consumo e la produzione. Terminato il dominio ottomano, tuttavia, i francesi, Iddio li preservi sempre, portarono il Libano tecnologia, know-how, vitigni.

Nella Valle della Beqà, con 300 giornate di sole in media, i vini vengono prodotti ad altitudini oscillanti tra i 900 e i 1500 metri sul livello del mare con escursioni termiche tra le ore diurne e quelle notturne che raggiungono i 20°. Condizione climatica, questa, che favorisce le concentrazioni aromatiche.

Lo Chateau Musar bianco è forse uno dei vini più rappresentativi della produzione libanese ed è prodotto a partire dai vitigni Obaideh e Merwah, riconosciuti rispettivamente come “padri”, per caratteristiche genetiche ed organolettiche, dei famosissimi Chardonnay e Sauvignon. Il millesimo 2007 presenta, dopo dieci anni, un color paglierino ancora vivace e aromi intensi di erbe aromatiche ed officinali oltre una spiccata mineralità di pietra focaia a sorreggere una persistenza davvero entusiasmante.

Con lo Chateau Kefraya 2007,una sorta di melange tra vini di borgogna e della valle del Rodano, a base di Cabernet Sauvignon, Syrah, Mourvedre, Carignan, Grenache, si passa al rosso di colore rubino intenso, speziatura dolce al naso e note mentolate frammiste a sentori di macchia mediterranea. Un vino di grande equilibrio, molto raffinato.

Pregiato ma un po’ overloaded il Wardy Private Selection 2006 prodotto a partire da Cabernet Sauvignon, Syrah e Merlot.

I vini libanesi sono oggi penalizzati da dazi elevati che si traducono in pezzi sopra la media per ciascuna tipologia. Originalità, tuttavia, e la pregevole fattura giustificano la spesa.

In Israele la migliore produzione è concentrata sulle alture del Golan, dove le condizioni del terreno e delle escursioni termiche sono analoghe a quelle della valle della Beqà con cui confinano seppur con temperature sensibilmente più alte, e nell’oasi vitivinicola del Negev. Si dice che la storia di Israele sia stata condotta da Dio e dal vino, bevanda sacra in numerose liturgie. Benché il vino sia prodotto in quelle terre da 5000 anni è solo dal 1983 che il livello qualitativo ha registrato una svolta. La facoltà di enologia dell’Università di Tel Aviv, del resto, è oggi accreditata come una tra le migliori al mondo.

Il Viognier 2013 di Yarden è prodotto a 1200 metri di altitudine, in una delle zone più fredde del paese con temperature che in inverno arrivano a -17, su terreno vulcanico. Fermentazione per 2/3 in rovere di primo passaggio, paglierino con riflessi dorati, al naso presenta si presenta con note odorose di frutta gialla, sambuco, legno. Un vino opulento, strutturato, morbido, soave. Straordinario. E’ forse la miglior DOC di Israele.

Il Pinot Noir 2014 Yarden presenta il tipico affascinante colore di quello che è considerato il più prezioso vitigno al mondo. Perfettamente in linea con la tipologia anche le sensazioni odorose e gustative. Un vino elegante.

Lo Yarden Traminer Eis Wein, un vino aromatico dolce, è di particolare pienezza gusto olfattiva con richiami di dattero, zenzero, noce moscata, frutta esotica.

Terre confinanti, ricche di storia e di conflitto, unite da vini a volte entusiasmanti. Un risvolto inaspettato del Medioriente.

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