#Ristoranti | La griglia di Varrone

Chi l’ha detto che si mangia maluccio nei ristoranti lungo le strade affollate da viaggiatori disparati, camionisti, uomini trafelati in tenute formali e donne il cui scompiglio e cipiglio lascia intravvedere un ordine sovvertito da ritmi forsennati, le strade ad alta intensità di traffico commerciale, insomma? Beh, è una diffusa convinzione, al limite della suggestione alimentata dal caos e dallo smog che ammorba l’aria incombente su quegli asfalti. In molti casi è vero, talvolta no, raramente l’alta ristorazione sceglie location

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Intervista al professor Luigi Moio

Luigi Moio, nato a Mondragone, in pieno ager falernus, cresciuto tra le vigne e le cantine paterne ha declinato la propria vita lungo il solco della tradizione familiare e della inclinazione per lo studio. Oggi è uno scienziato di fama internazionale, autore di studi fondamentali sulle sostanze odorose degli alimenti e del vino. Come lui stesso ha affermato in un passaggio dell’intervista che molto cordialmente ci ha concesso, “lo studio sulle molecole odorose del vino responsabili della tipicità è tuttora

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Cinque commensali fatali

Pericolo

Cuochi, ristoratori, viticoltori, di cui da queste colonne spesso fustighiamo vezzi e malcostumi, pure meritano alleanza ogni tanto. Chi mantiene la baracca dell’enogastronomia, sborsando denaro, ossia presunti gourmet, frequentatori di ristoranti, bevitori, gode di un’immunità da critiche ed ironie che può essere comprensibile ma non inviolabile. E allora in questa calura che scoraggia il solo avvicinarsi alla tavola se non per agguantare una fresca pesca, stiliamo una irriverente cinquina di espressioni che identificano temibili tipologie di commensali: “In quel tal

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Mettiamo al bando l’eccellenza

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Nell’enogastronomia dilagano le eccellenze. In televisione, sui giornali, nelle trasmissioni radiofoniche (ancora esistono e vengono ascoltate, magari in podcast), negli incontri tra gli operatori, durante le degustazioni, nelle fiere, nelle enoteche e nelle gastronomie, nei menù, nelle declamazioni dei maitre, tra le parole ammuffite degli chef è tutto un pullulare di eccellenza: produzione d’eccellenza, prodotto d’eccellenza, un’eccellenza italiana, eccellenza di qua, eccellenza di là. Eccellente, si potrebbe piuttosto osservare, l’abilità degli strateghi del marketing e dei trend setter di appiattire

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La pizza fritta della MASARDONA a Napoli

Madonna

Lo stillicidio delle brutte notizie informa e conforma l’immaginario, stereotipa il pensiero; è difficile immaginare la bellezza di un quartiere popolare perché sempre da lì arrivano i resoconti avvilenti: la droga con i suoi spacci e le sue morti, la disperazione della povertà, le violenze comuni, le prepotenze. Eppure è possibile oggi a Napoli deliberatamente deviare dalla propria direzione, un po’ barcollando sul lastricato sconnesso di basalto, girare e rigirare in un piccolo dedalo di strade il cui perimetro alto

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Paternopoli, i Fonzone e la Borgogna di Heres

Tavola apparecchiata

Aver notizia ed opportunità di partecipazione ad incontri di degustazione riservati a coloro che, con agghiacciante linguaggio, sono definiti operatori del settore è uno dei pochissimi privilegi dello scrivere cronache enogastronomiche indipendenti. Mi è capitato appunto un paio di settimane fa di partecipare ad uno di questi happening pullulanti di agenti, enotecari, ristoratori, che assaggiano vini, formaggi, salumi per classificarli in base ad un codice imperscrutabile. Usano algoritmi segreti per ponderare gli elementi sensoriali (vista, olfatto e gusto) con un

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La Conca ha fatto Meta

Per scartare da percorsi consueti, strade battute, tavole note, chef celebrati ed al contempo fuggire l’assedio dei lancieri della gastrite, in special modo quando si decide l’esplorazione di luoghi di mare congestionati dalla loro stessa fama prima che dalle orde dei barbari dello gnocco alla sorrentina, occorre con umiltà far voto a Minerva. La dea della saggezza, presentatasi sotto le vesti di un affidabile suggeritore, per ripagare gli antichi suoi fedeli ci conduce lì dove remotamente si celebrava il suo

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Una Manna piovuta da Napoli

Montagna, Alto Adige. Binomio scontato si direbbe. Montagna, Alto Adige, Manna, vino; nomi che evocano immagini, associazioni di idee. Il vino dell’Alto Adige, una manna piovuta dal cielo ma anche, sorprendentemente, una Manna piovuta da Napoli. Maria Luisa Manna pare un’epigona di Federico II, bionda, bella, energica, vivace e loquace, figlia di un focoso napoletano che lasciò il suolo partenopeo e i ventiquattro fratelli per trasferirsi sulle sponde dell’Adige. A questa donna, che gira l’Italia  per raccontare con grande franchezza

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Lo spumante ancestrale, le fave, il pecorino e l’amica

Champagne, Franciacorta, Lettere, spumante, cremant, frizzante, metodo classico, Charmat, Martinotti, Charmat lungo, champenois. Sui vini con le bollicine incombono identificazioni geografiche, sistemi produttivi, classificazioni per atmosfere di pressione e residui di dolcezza zuccherina, storie millenarie. L’ignaro bevitore che vuol mettere nel bicchiere l’allegoria dell’impeto che pizzica le vene quando sta per suggellare con un brindisi la serata d’amore e passione, è disorientato, gli basta che siano bollicine, allegre, piccanti, promettenti. Tra i tanti appellativi dei vini con bollicine il meno

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Il carciofo di Padre Pio

Intorno alla metà del 1800 un prefetto di Bari, non è dato sapere perché, né come, diffuse la coltivazione  del carciofo nell’agro di Petra Pucina (Pietra Piccola) oggi Pietrelcina. Dunque nel XIX secolo questo paese, oggi ricadente in provincia di Benevento ed all’epoca invece parte integrante del Principato Ultra, sottratto, dunque allo Stato Pontificio dominante nel capoluogo sannita, ebbe la sorte di dare in natali al futuro San Pio da Pietrelcina ed a quello che è oggi noto come carciofo

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